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Trilussa - Questione di razza
Trilussa - L 'uguaglianza
Trilussa - Er pensiero
Percy Bysshe Shelley - La mutevolezza
Kahlil Gibran - Sull'Amicizia
Nazim Hikmet - Berlino
Charles Baudelaire - Distruzione
Lao-Tzu - Colui che conosce gli altri
Rabindranath Tagore - La libertà che sig...
Charles Baudelaire - Ti dono questi vers...
Giuseppe Ungaretti - Sentimento del temp...
Nazim Hikmet - Varna 1952
John Keats - Voglio una coppia piena sin...
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Dante Alighieri - Purgatorio - Canto XXI...
Lao-Tzu - La porta delle meraviglie
Jean Nicolas Arthur Rimbaud - La mia Boh...
Dino Campana - La Chimera
William Shakespeare - Sonetto 2
William Shakespeare - Sonetto 24
 
 


Questione di razza

-Che cane buffo! E dove l' hai trovato? -
Er vecchio me rispose: -é brutto assai,
ma nun me lascia mai: s' é affezzionato.
L' unica compagnia che m' é rimasta,
fra tanti amichi, é ' sto lupetto nero:
nun é de razza, é vero,
ma m' é fedele e basta.
Io nun faccio questioni de colore:
l' azzioni bone e belle
vengheno su dar core
sotto qualunque pelle.

Scritto il 25/08/2011 10.05.40
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L'uguaglianza

Fissato ne l'idea de l'uguajanza
un Gallo scrisse all'Aquila: - Compagna,
siccome te ne stai su la montagna
bisogna che abbolimo 'sta distanza:
perché nun è né giusto né civile
ch'io stia fra la monnezza d'un cortile,
ma sarebbe più commodo e più bello
de vive ner medesimo livello.-

L'Aquila je rispose: - Caro mio,
accetto volentieri la proposta:
volemo fa' amicizzia? So' disposta:
ma nun pretenne che m'abbassi io.
Se te senti la forza necessaria
spalanca l'ale e viettene per aria:
se nun t'abbasta l'anima de fallo
io seguito a fa' l'Aquila e tu er Gallo.

Scritto il 25/08/2011 10.03.30
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Er pensiero

Qualunque sia pensiero me viè in mente
prima de dillo, aspetto e, grazzi’a Dio,
finchè rimane ner cervello mio
nun c’è nessuno che me po’ di’ gnente.

Ma s’opro bocca e je do fiato, addio!
L’idea, se nun confifera la gente,
me po’ fa’ nasce qualche inconveniente
e allora er responsabile so’ io.

Per questo, ner risponne a quarche amico
che vorebbe sapè come la penso,
peso e misuro tutto quer che dico.

E metto tra er pensiero e la parola
la guardia doganale der bon senso
che me sequestra er contrabbanno in gola.

Scritto il 25/08/2011 10.02.35
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La mutevolezza

Noi siamo come nuvole che velano la luna a mezzanotte;
Così irrequiete sfrecciano, e sfavillano, e fremono,
striando l'oscurità radiosamente! - eppure subito
la notte si richiude attorno le cancella:

o come lire dimenticate, le cui dissonanti corde
rendono a ogni vario soffio del vento una risposta diversa,
alla cui fragile struttura nessuna nuova vibrazione apporta
un tono o una modulazione pari all'ultimo.

Noi riposiamo, e un sogno ha la potenza di avvelenarci il sonno.
Ci alziamo, e un pensiero errante può inquinare il giorno.
Sentiamo, concepiamo o ragioniamo, ridiamo o piangiamo,
ci disperiamo, o gettiamo via ogni affanno:

è tutto uguale! Sia una gioia o un dolore,
il percorso da compiere dal suo abbandono non si è ancora concluso:*
l'ieri dell'uomo non può mai essere simile al domani;
niente nel mondo può durare, eccetto la Mutevolezza.
Scritto il 25/11/2008
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Sull'Amicizia

E un adolescente disse: Parlaci dell'Amicizia.
E lui rispose dicendo:
Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
E' il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
E' la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace.

Quando l'amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.
E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore:
Nell'amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dall'amico non rattristatevi:
La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.
E non vi sia nell'amicizia altro scopo che l'approfondimento dello spirito.
Poiché l'amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero non è amore, ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.



E il meglio di voi sia per l'amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell'amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.
Scritto il 30/10/2008
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Berlino

Tra 4 giorni sarò a Mosca.
Questa separazione non è che una strada sotto la pioggia.
Arriveranno notizie,
mi tufferò, correndo,
verso nuove scelte.
Tra 4 giorni sarò a Mosca.
A Mosca è primavera,
me l'hai detto al telefono.
Anche questa separazione finisce,
grazie al cielo.
Ritorno.
In me non c'è che la notte di questa separazione.
In me la tua solitudine.
Solitudine:
pane di ricordi che non sazia.
A Berlino, nella mia stanza d'albergo, brilla il sole.
A Berlino c'è il bisbiglio inzuppato degli uccelli
- stamattina è piovuto -
e poi i tram,
e il tempo.
Non si decide a muoversi il tempo.
E' rigido, gelato.
Si potrebbe appenderlo a un chiodo, il tempo.
E tagliarlo col coltello.
Sono in una prigione,
col più spietato degli aguzzini :
il tempo.
A Berlino nella mia stanza è pieno di sole.
E tra 4 giorni sarò all'aeroporto.
Nell' azzurro.
Scritto il 07/10/2008
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Distruzione

Incessantemente, vicino a me, s'agita il Demonio, e
mi vagola dattorno come un'aria impalpabile; io
l'inghiotto e sento che mi brucia i polmoni e li
riempie d'un desiderio eterno e colpevole.

Conoscendo il mio grande amore per l'Arte prende,
qualche volta, le sembianze della più seducente
delle donne, e con speciosi pretesti da ipocrita
avvezza le mie labbra ai filtri più infami.

Lontano dallo sguardo di Dio, mi porta, ansante,
rotto dalla stanchezza, nelle profonde e deserte
piane della Noia,

e getta sui miei occhi confusi vesti lordate, ferite
aperte, tutto il sanguinoso apparato della
Distruzione!
Scritto il 27/08/2008
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Colui che conosce gli altri

Colui che conosce gli altri è sapiente;
colui che conosce se stesso è illuminato.
Colui che vince un altro è potente;
colui che vince se stesso è superiore.
Scritto il 06/10/2007
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La libertà che significa unicamente indipendenza

La libertà che significa unicamente indipendenza è priva di qualsiasi significato.
La perfetta libertà consiste nell'armonia che noi realizziamo
non per mezzo di quanto conosciamo,
ma di ciò che siamo.
Scritto il 01/10/2007
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Ti dono questi versi

Ti dono questi versi, perché se un giorno il mio nome
approderà felicemente alle epoche lontane e
farà sognare qualche sera i cervelli degli uomini,
vascello assecondato da un gran vento,

Il ricordo di te, pari alle vaghe favole, affatichi il
lettore come un timpano, e resti appeso come un
fraterno e mistico anello alle mie rime altere;

Essere maledetto cui, dagli abissi profondi sino al
più alto dei cieli, nulla all'infuori di me risponde! O tu,
che come un'ombra dall'effimera orma,

Calpesti con piede leggero e sguardo sereno gli
stupidi mortali che t'hanno giudicato amara, statua
dagli occhi metallici, grande angelo dalla bronzea fronte!
Scritto il 28/09/2007
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Sentimento del tempo

E per la luce giusta,
cadendo solo un’ombra viola
sopra il giogo meno alto,
la lontananza aperta alla misura,
ogni mio palpito, come usa il cuore,
mo ora l’ascolto,
t’affretta, tempo, a pormi sulle labbra
le tue labbra ultime.
Scritto il 27/09/2007
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Varna 1952

Impossibile dormire la notte qui a Varna
impossibile dormire
per via di queste stelle che son troppe
troppo lucide troppo vicine
per via del mormorio sul greto dell'ode morte
il loro sussurro
le loro perle
i loro ciottoli
le alghe salate
per via del rumore di un motore sul mare come un cuore che batte
per via dei fantasmi
venuti da Istanbul
sorti dal Bosforo
che invadono la stanza
gli occhi verdi dell'uno
le manette ai polsi dell'altro
un fazzoletto
nelle mani del terzo
un fazzoletto che sa di lavanda.

Impossibile dormire la notte qui a Varna, mio amore,
qui a Varna, all'albergo Bor.
Scritto il 23/09/2007
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Voglio una coppia piena sino all'orlo

Voglio una coppa piena sino all'orlo
E dentro annegarci l'anima:
Riempitela d'una droga capace
Di bandire la Donna dalla mente.

E non voglio dell'acqua poetica, che scaldi
I sensi al desiderio lussurioso,
Ma una sorsata profonda
Tracannata dalle onde del Lete,

Per liberare con un incanto il mio
Petto disperato dall'immagine
Più bella che gli occhi miei festanti
Videro, intossicandone la mente.

È inutile – mi perseguita struggente
La dolcezza di quel viso.
Lo sfavillio del suo sguardo splendente
E quel seno, terrestre paradiso.

Mai più felice sarà la vista mia,
Ché ha perso il visibile ogni sapore:
Perduto è il piacere della poesia,
L'ammirazione per il classico nitore.

Sapesse lei come batte il mio cuore,
Con un sorriso ne lenirebbe la pena,
E sollevato ne sentirei la dolcezza,
La gioia, mescolata col dolore.

Come un toscano perduto in Lapponia,
Tra le nevi, pensa al suo dolce Arno,
Così sarà lei per me in eterno
L'aura della mia memoria.
Scritto il 22/09/2007
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Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore;
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
È la vita mortale.
Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell'umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura
Perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
E` lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perché delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l'ardore, e che procacci
Il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell'innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell'esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors'altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
Tu se' queta e contenta;
E gran parte dell'anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
E un fastidio m'ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perché giacendo
A bell'agio, ozioso,
S'appaga ogni animale;
Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
Forse s'avess'io l'ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
È funesto a chi nasce il dì natale.
Scritto il 16/07/2007
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Purgatorio - Canto XXIV, vv. 49-57

"Ma dì s'io veggio qui colui che fòre
trasse le nuove rime, cominciando:
Donne ch'avete intelletto d'amore."

Ed io a lui: "Io mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch'ei ditta dentro vo significando."


"O frate, issa vegg'io", diss'egli, "il nodo
che il Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch'i' odo."
Scritto il 04/07/2007
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La porta delle meraviglie

Una via può essere una guida, ma non un sentiro fisso;
le parole sono segni, ma non nomi permanenti.
Il non-essere è detto l'inizio del cielo e della terra;
l'essere è detto la madre di tutte le cose.
Chi è sempre distaccato, comtempla il sottile;
chi è sempre attaccato, contempla l'apparente.
Questi due provengono dalla stessa fonte
ma differiscono nel nome;
entrambi sono considerati misteri.
Il mistero dei misteri
è la porta delle meraviglie.
Scritto il 18/06/2007
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La mia Bohème

Me ne andavo, i pugni nelle tasche sfondate;
E anche il mio cappotto diventava ideale;
Andavo sotto il cielo, Musa! ed ero il tuo fedele;
Oh! quanti amori splendidi ho sognato!

I miei unici pantaloni avevano un largo squarcio.
Pollicino sognante, nella mia corsa sgranavo
Rime. La mia locanda era sull'Orsa Maggiore.
- Nel cielo le mie stelle facevano un dolce fru-fru

Le ascoltavo, seduto sul ciglio delle strade
In quelle belle sere di settembre in cui sentivo gocce
Di rugiada sulla fronte, come un vino di vigore;

Oppure, rimando in mezzo a fantastiche ombre,
Come lire tiravo gli elastici
Delle mie scarpe ferite, un piede vicino al cuore!
Scritto il 08/05/2007
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La Chimera

Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m'apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina O Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l'immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l'ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.
Scritto il 27/04/2007
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Sonetto 2

Quando quaranta inverni assedieranno la tua fronte
e profonde trincee solcheranno il campo della tua bellezza,
l'orgoglioso manto della gioventù, ora ammirato,
sarà a brandelli, tenuto in nessun conto.
Allora, se richiesto dove la tua bellezza giace,
dove il tesoro dei tuoi gagliardi giorni,
rispondere ch'essi s'adagiano infossati nei tuoi occhi
per te vergogna bruciante sarebbe e ridicolo vanto.
Quanta più lode meriterebbe la tua bellezza,
se tu potessi replicare: "Questo mio bel bambino
pareggia il conto e fa perdonare il passare degli anni",
dando prova che la sua bellezza da te fu data.
Sarebbe questo un sentirsi giovane quando sei vecchio,
mirare il tuo sangue caldo quand'esso nelle tue vene è freddo.
Scritto il 30/03/2007
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Sonetto 24

Il mio occhio s'è fatto pittore ed ha tracciato
L'immagine tua bella sul quadro del mio cuore;
il mio corpo è cornice in cui è racchiusa,
Prospettica, eccellente arte pittorica,
Ché attraverso il pittore devi vederne l'arte
Per trovar dove sia la tua autentica immagine dipinta,
Custodita nella bottega del mio seno,
Che ha gli occhi tuoi per vetri alle finestre.
Vedi ora come gli occhi si aiutino a vicenda:
I miei hanno tracciato la tua figura e i tuoi
Son finestre al mio seno, per cui il Sole
Gode affacciarsi ad ammirare te.
Però all'arte dell'occhio manca la miglior grazia:
Ritrae quello che vede, ma non conosce il cuore.
Scritto il 29/03/2007
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